domenica 7 febbraio 2016

GRUPPI DI TERAPIA SULLA DIPENDENZA AFFETTIVA




La condivisione è il principio base che guida questa esperienza,
attraverso la quale ognuno può riscoprire nell'altro le sue stesse difficoltà,
venendo in contatto con percorsi nuovi da cui imparare a guardare le cose
con occhi diversi.  (Giusti, Nardini, 2004)

Modalità di accesso al gruppo
I partecipanti accedono al gruppo a seguito di un colloquio psicologico preliminare. 

Dove e quando
Gli incontri del gruppo hanno cadenza settimanale per la durata di 90 minuti, ogni venerdì presso la nostra sede di via Nicola Fabrizi n. 60 a Pescara.

Per informazioni e contatti
Dott.ssa Ivana Siena 391.35.19.017
Dott. Roberto Prattichizzo 335.16.07.020

Oppure scrivere una mail a gruppiapescara@gmail.com


martedì 2 febbraio 2016

L'APPETITO VIEN MANGIANDO

L’appetito vien mangiando.
Prendersi cura di se stessi, un concetto semplice per alcuni ma difficile per altri. Ci sono diversi modi attraverso cui una persona può prendersi cura di sé: ad esempio curando il proprio aspetto fisico o  curando il proprio abbigliamento, per cercare di apparire sempre alla moda e impeccabile agli occhi degli altri. La cura di sé però, non implica solo la cura del proprio aspetto esteriore ma anche la cura del proprio aspetto interiore. Tale cura avviene laddove l’individuo seleziona risorse che lo aiutino a nutrire al meglio il proprio corpo. Le persone nel corso della propria vita sono libere di nutrire il proprio organismo  con “alimenti” positivi o negativi. Per alimenti in questo caso si fa riferimento a tutte quelle risorse positive o negative, che andrebbero a favorire o ostacolare il proprio benessere psicofisico. Ma come si fa ad arricchirsi per lo più di risorse positive che negative? Per alcune persone risulta facile prendersi cura dei propri bisogni, amarsi, non trascurarsi, per altre no. Quante volte da piccoli ci è capitato di essere rimproverati dai nostri genitori per ciò che mangiavamo, perché quegli “alimenti” non sani avrebbero potuto farci male. Quanti di noi non hanno dato peso a quelle parole in quel momento, ignorando i propri genitori e ignorando a loro volta loro stessi. Forse eravamo troppo piccoli o forse facevamo finta di esserlo, ma ora da adulti non si riesce più a far finta di nulla di fronte a certe cattive abitudini.  Talvolta mi chiedo: ”perché è così difficile assumere “alimenti” sani che potrebbero fare solo del bene, ma è più facile cadere in tentazione mangiandone di scadenti? 


Credo che tale difficoltà derivi dal fatto di soffermarsi ben poco su cosa vogliamo realmente, su cosa sia meglio per noi e di cosa realmente abbiamo bisogno.
E’ difficile guardarsi dentro per scoprirlo, alle volte si ha paura di prendere quello specchio accanto al comodino per guardare la propria immagine riflessa. Forse per paura di vedere come siamo  o forse perché abbiamo paura di mostrarci agli altri per come siamo. A tutti sarà capitato di nascondersi da qualche specchio che potesse in quel dato momento riportarci alla realtà. Però quando riusciamo a trovare il coraggio di prenderlo in mano e di guardare all’interno di esso, scopriamo il bello che c’è in noi, quell’immagine che tenevamo nascosta per paura di confrontarci con il mondo esterno. Talvolta fa paura prendere in mano quello specchio per guardarsi, perché si tende a pensare che l’immagine riflessa non sia abbastanza bella per gli altri, che quell’immagine non sia all’altezza degli altri. Crediamo che la soluzione più semplice sia allontanare questa paura, scacciare quell’incessante pensiero che ci rimbomba nella testa e scappare laddove ci è possibile per nascondere noi stessi. Attraverso l’esperienza di gruppo che ho vissuto all’interno del mio percorso universitario, mi sono ritrovata ad affrontare una situazione nuova, una situazione che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare prima. Il dovermi confrontare con persone diverse, il dover dire la mia opinione davanti agli altri, il dover lavorare in gruppo, mi terrorizzava.
Mi sentivo confusa, era come se stessi combattendo con due lati di me: da una parte ero spaventa ma dall’altra ero curiosa, avevo voglia di mettermi in gioco, di sperimentarmi e di vedere cosa sarebbe accaduto se avesse avuto la meglio questo lato di me. Ho avvertito dentro di me la voglia di cambiare, di uscire allo scoperto, di smettere di stare male solo per una paura, una paura che alimentavo solo io.
Ho deciso così di affrontare questa paura, ho deciso di ascoltarla, ho deciso di trasformare questa paura in coraggio, infondendomi fiducia e accogliendo anche la fiducia da parte del mio gruppo, il quale mi ha accompagnato e sostenuto in questo percorso di svolta. Quest’azione  per me ha rappresentato davvero una vera e propria svolta. Ho ripetuto a me stessa che ce l’avrei fatta, che io non ero e non valevo meno degli altri e che se invece di criticare gli altri davo un valore ad ognuno di loro, l’avrei guadagnato anche io. Ho deciso di rischiare per stare bene con me stessa e per far si che potessi esserlo anche con gli altri, cosa di cui prima mi privavo. Ognuno di noi ha paura del cambiamento, perché non sa mai cosa aspettarsi e come potrebbe reagire di fronte ad una situazione nuova. Il cambiamento  però permette a noi essere umani di evolverci, di migliorarci con noi stessi e con gli altri. Ciò possiamo farlo ascoltando noi stessi, ascoltando le nostre emozioni, mostrandole come nel caso della paura, per poter fronteggiare al meglio le situazioni che il mondo esterno ci pone. Ma possiamo anche farlo permettendo ad ognuno di noi di alimentarsi di risorse positive e di nutrire anche gli altri di tali risorse, permettendo così ad ognuno di noi di star bene con se stesso.



Concludo citando una frase tratta dal libro del Picccolo Principe di Antoine de Saint Exupéry:


“é una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. E’ una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza.Per ogni fine c’è un nuovo inizio.”

Dottoressa Ortensia Posa laureata in Psicologia e tirocinante presso l'Obiettivo Famiglia Onlus.

giovedì 28 gennaio 2016

La "Peer Education": l'educazione tra pari


La Peer Education è una innovativa metodologia da utilizzare come nuova risorsa nell’ambito della prevenzione all’interno della scuola. E’ una strategia educativa volta ad attivare un processo spontaneo di passaggio di conoscenze, di emozioni e di esperienze da parte di alcuni membri di un gruppo ad altri membri di pari status. I destinatari vengono considerati in modo completamente nuovo: non più utenti da istruire perché carenti di informazioni, ma bensì soggetti portatori di risorse, conoscenze, capacità, potere.
I giovani possono allora partecipare all’intervento in modo attivo, anche stabilendo la direzione e le linee della prevenzione.
La Peer Education agisce sulla scuola, sul contesto, sui giovani e sul contesto in cui è inserito l’individuo.



La Peer Education agisce su ciò che caratterizza il gruppo classe:
- Schemi comunicativi ridondanti
- Rapporti costretti entro ruoli
- Emozionalità agita e non pensata

IPeer educator utilizzano come strumento una comunicazione paritaria. La finalità della comunicazione dei Peer è quella di intervenire sull’altro, di “influenzarlo”, di “persuaderlo”, e di comunicargli qualcosa che, dopo lo scambio comunicativo, genererà una situazione nuova. Un clima umano positivo è un fattore fondamentale per il buon esito di qualsiasi organizzazione e sistema sociale.
I Peer educator agiscono come agenti di cambiamento. Il gruppo costituito da Peer e studenti non è strutturato secondo gerarchie poiché nessun Peer assume una funzione autoritaria (il peer assume il “compito” di facilitare la discussione) e di tipo formale. All’inizio i Peer proporranno soltanto la disposizione in circolo delle sedie, fondamentale per garantire una comunicazione realmente circolare con tutti, e per facilitare quel cambiamento di contesto necessario a stimolare la comunicazione ed un atteggiamento di tipo esplorativo. Il gruppo stabilisce insieme gli argomenti da trattare, non si interrompere chi parla, si accetta qualsiasi punto di vista,non si denigra o deride nessuno, si gioca insieme, ci si diverte insieme.
L’obiettivo principale dell’incontro del gruppo classe con i Peer è quello di favorire la conoscenza reciproca e la comunicazione o la cooperazione tra tutti i membri del gruppo classe, creare un clima sereno di reciproco rispetto in cui ognuno soddisfi il proprio bisogno sia di appartenenza che di individualità. Risolvere i conflitti, analizzare i problemi e trovare insieme le possibili soluzioni giocando, simulando situazioni possibili. Tutto ciò è importante anche per imparare a discutere insieme ascoltando senza interrompere, accettando tutte le opinioni , sentendosi liberi di esprimere la propria, in un reciproco arricchimento e confronto.


I compiti dei Peer sono: osservare come gli alunni si dispongono in cerchio, se tutti sono coinvolti nella discussione, se tutti si sentono a proprio agio, a chi sono dirette le comunicazioni, come si svolgono gli interventi. Tali osservazioni sono importanti per verificare i rapporti all’interno del gruppo, rilevare il cambiamento che tale iniziativa provoca nei ragazzi, per innescare il cambiamento.
Il lavoro dei Peer è centrato sul miglioramento dei rapporti fra i membri. I Peer dovranno sostenere i ragazzi più timidi e”smorzare”quelli più aggressivi, facilitare la comunicazione, chiedendo chiarimenti in caso di interventi confusi, evidenziando i pareri emersi senza tralasciarne nessuno. Ognuno deve mettere in gioco le proprie potenzialità, competenze e risorse e capire che dall'altro diverso da sé si può apprendere e condividere il meglio che è in ognuno. Ogni ragazzo deve riconoscere nel compagno un ruolo, un valore ed una dimensione positiva.
L’atmosfera scolastica è il risultato dell’interagire reciproco dei membri dell’intera comunità scolastica, e la sua qualità va considerata come una conseguenza del modo con cui i diversi membri della scuola si relazionano reciprocamente. I Peer servendosi di giochi psicologici o utilizzando strumenti creati da loro stessi creano un clima rilassato. I ragazzi sono aiutati a sviluppare le proprie capacità relazionali, le competenze comunicative ed organizzative, la creatività e la disponibilità al cambiamento: competenze necessarie ad affrontare gli eventi della vita.
Il corpo docente tramite strategie di formazione e cooperazione è coinvolto nei progetti di Peer Education, in modo che il tema della prevenzione al disagio giovanile venga incorporato all’interno dei contenuti scolastici stabilmente.


mercoledì 16 dicembre 2015

Circle time: un nuovo modo di condividere!

Al giorno d’oggi gli insegnanti sono chiamati a fronteggiare situazione all’interno del gruppo classe non facili da gestire, poiché si confrontano spesso con difficoltà quali:
-     difficoltà di ascolto (gli alunni si distraggono o non rispettano i turni di parola);
-  gestione di alunni con comportamenti più o meno sintomatici (che esprimono, quindi, un bisogno di “farsi vedere” tanto dagli insegnanti quanto dai compagni);
- alunni poco partecipativi (che tentano di “passare inosservati” o di omologarsi).

Il modello di insegnamento frontale che pone al centro il docente e che offre a tutti gli alunni gli stessi stimoli è inefficace perchè non permette a ciascun alunno di essere coinvolto adeguatamente. Per tale ragione è opportuno utilizzare metodologie didattiche ed educative inclusive che favoriscano le competenze individuali, valorizzandone le risorse e le differenze di ciascuno. Una di queste è il Circle Time.

E’ un metodo di lavoro pensato per facilitare la comunicazione e la conoscenza reciproca all’interno di un gruppo. La scuola è il contesto ideale in cui può essere applicato perché:
-     consente agli alunni di conoscersi meglio, valorizzando le loro differenze e consente anche agli insegnanti di conoscere meglio il gruppo classe;
-     facilita l’inclusione;
-     può essere uno strumento di prevenzione e gestione della conflittualità.

Come si svolge?



Come illustrato nelle figure, gli alunni si dispongono per terra o sulle sedie in cerchio,lasciando spazio al centro, di modo che ciascuno possa essere visto e possa vedere gli altri, sotto la guida di un adulto. La comunicazione avviene attraverso regole stabilite all’inizio e finalizzate a promuovere l’ascolto attivo e la partecipazione di tutti. Il circle time ha una cadenza regolare e una durata fissa (75min circa).
All’interno del gruppo possono essere proposte delle attività strutturate guidate dall’insegnante oppure lasciata libertà di discussione (a seconda della fase del gruppo e delle specifiche esigenze della classe) su tematiche proposte dagli stessi alunni. All’interno del cerchio l’insegnante ricopre il ruolo di facilitatore della comunicazione, evitando di assumere posizioni centrali (per esempio fornendo soluzioni o risposte agli alunni). E’ importante che ci sia una programmazione, ossia che il gruppo docente senta questa attività come parte integrante della vita di classe: una strategia che può aiutare gli insegnanti a lavorare meglio è proprio l’organizzazione di spazi in cui condividere l’esperienza in corso che, quindi, diventerà un’opportunità per tutti. In questo contesto lo psicologo potrebbe apportare il suo specifico contributo, ossia nel ruolo di “coordinatore” degli insegnanti, senza frapporsi nel rapporto diretto tra docenti e alunni. 
L’obiettivo ultimo dell’uso del circle-time è facilitare la cooperazione fra tutti i membri del gruppo-classe, la creazione di uno spazio in cui ciascuno è incluso e chiamato a partecipare, sebbene con le proprie modalità e i propri tempi, in modo da soddisfare sia il proprio bisogno di appartenenza che di individualità, elementi che la psicologia riconosce come fondamentali per l’equilibrato sviluppo psichico della persona.

giovedì 3 dicembre 2015



BULLISMO OMOFOBICO: UNA NUOVA FORMA DI BULLISMO








Il bullismo omofobico è una nuova di bullismo diffusa negli ultimi anni  soprattutto nell’ambito scolastico.
E’ caratterizzata da atteggiamenti discriminatori nei confronti di adolescenti omosessuali. Tale fenomeno è particolarmente evidente all’interno dell’ambito scolastico, il quale contribuisce, insieme all’ambiente familiare, alla formazione dell’identità dell’adolescente. Per constatare e per indagare più nello specifico tale fenomeno, ho intrapreso un progetto sperimentale, al fine della tesi magistrale, che prevedesse la raccolta di dati attraverso la somministrazione di diversi questionari, volti a mettere in luce atteggiamenti tipici del bullismo, opinioni pregiudizievoli o meno relative al tema dell’omosessualità, funzionamento familiare e condotte morali. La ricerca ha coinvolto 165 studenti delle scuole secondarie della città di Chieti, i quali si sono mostrati collaborativi e partecipi ai fini del progetto sperimentale.
Da tale ricerca non è emerso un elevato pregiudizio nei confronti dell’omosessualità anche se, a mio parere potrebbe essersi verificato il fenomeno della “desiderabilità sociale”, cioè i ragazzi potrebbero aver dato risposte non del tutto sincere per rendersi desiderabili agli occhi dello sperimentatore. Ciò potrebbe essere accaduto in quanto i ragazzi, prima della somministrazione dei questionari, sono stati informati sul tema della ricerca. Sono emersi però due aspetti interessanti: l’omosessualità è ritenuta come qualcosa che l’individuo sceglie; l’omosessualità femminile viene maggiormente accettata perchè considerata, soprattutto dai maschi, come un atteggiamento più facilmente  tollerabile.
La non accettazione di questi atteggiamenti omosessuali maschili, si ripercuoterebbe anche negli atti discriminatori di cui i ragazzi fanno cenno all’interno dei questionari e si verificherebbe in larga misura soprattutto in una dimensione in cui tale fenomeno è difficile da contrastare: internet. Ciò fa scaturire  nei ragazzi un forte turbamento e una paura per non essere accettati per come sono. Questo rifiuto si manifesta fortemente anche all’interno dell’ambito familiare, dove la maggior parte di loro riferisce di riscontrare una difficoltà nella comunicazione con i propri genitori. Tale difficoltà provocherebbe nell’adolescente una chiusura a livello emotivo e un’insoddisfazione affettiva che potrebbe portarlo a ricercare affetto e comprensione al di fuori del contesto familiare.
La motivazione che mi ha spinto ad intraprendere tale ricerca è legata alla questione che gli adolescenti vengono spesso abbandonati a loro stessi laddove dovrebbero essere sostenuti ed indirizzati lungo un cammino di formazione verso l’individualità e la vita adulta. Per far ciò sarebbe opportuno creare una stretta alleanza tra scuola e famiglia e uno spazio di condivisione e di interazione che possa accrescere l’autostima dei ragazzi e rafforzare l’alleanza all’ interno del gruppo classe. Ascoltare i dubbi, le paure e le idee dei ragazzi aiuta loro ad emergere, a non isolarsi e a credere che nessun traguardo sia impossibile da raggiungere e che non si è mai da soli nell’affrontarlo. 


Dott.ssa Ortensia Posa 
Laureata alla Magistrale in Psicologia dello sviluppo presso l'Università G. D'annunzio Chieti-Pescara e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus. 

Prenditi il diritto di sorprenderti.


Milan Kundera

mercoledì 2 dicembre 2015

NESSUN UOMO E’ UN’ISOLA

Ogni giorno, nella vita privata ed in quella professionale,  abbiamo la conferma che siamo tutti collegati, che ogni singola persona fa parte di un gruppo, arrivando alla conclusione che davvero “nessun uomo è un isola”.
Quello che personalmente ho vissuto, e che sto tuttora vivendo, soprattutto grazie al mio percorso di tirocinio professionalizzante in Psicologia, mi spinge a riflettere sull’importanza terapeutica del gruppo. Nella struttura in cui svolgo il tirocinio infatti non sono sola, ma condivido il  tempo e lo spazio con altri quattro ragazzi.
La nascita di questo gruppo inizia con l’arrivo di queste persone sconosciute, ognuna con un “bagaglio” di idee, vissuti e paure, “costrette” a  far posto per la valigia dell’altro.
Non ci siamo scelti, probabilmente al di fuori di questa esperienza non ci saremmo mai conosciuti, ma in qualche modo, con il tempo e la supervisione dei nostri tutor, ci siamo trasformati, oggi non siamo più cinque estranei che condividono uno spazio, quello che vedo è più simile ad una macchina, in cui ogni pezzo è fondamentale affinché possa funzionare.
Lavoriamo insieme, ci confrontiamo, discutiamo, ognuno dà spazio e tempo agli altri, ognuno prova ad entrare nel mondo e nella visione dell’altro, sempre con sensibilità e rispetto.
Irving Yalom, uno psicoterapeuta statunitense, parla di “fattori terapeutici“ nella psicoterapia di gruppo, ovvero ci sono un insieme di elementi, presenti solo nel gruppo, che sono responsabili del cambiamento positivo delle persone. Approfondendo la questione in merito, mi sono resa conto che, anche se questo gruppo non ha scopi terapeutici, in parte riesce a rispecchiare le medesime funzioni.
Il gruppo infonde speranza, ci dà, ad ognuno di noi, la possibilità di affidarci all’altro, ci mostra che non siamo gli unici a soffrire o a vivere determinate situazioni. Ci permette, in una situazione protetta, di acquisire una maggior consapevolezza di noi stessi, di valutare l'impatto dei nostri comportamenti sugli altri, di stabilire relazioni interpersonali diverse e gratificanti, di sperimentare nuovi comportamenti e di utilizzare le capacità acquisite anche al di fuori del gruppo.
Sono enormemente grata a questo gruppo, alle sue dinamiche e alle sue potenzialità, sento che in me ha favorito un cambiamento, ogni persona conosciuta qui dentro mi ha permesso di scoprire altro di me, di rendere il mio “bagaglio” più capiente e allo stesso tempo ricco.
Il gruppo mi ha dato l’opportunità di affrontare i miei limiti e riconoscere le mie risorse, mi ha insegnato a saper stare con gli altri ed anche in perfetta solitudine, mi ha permesso di scegliere se essere un isola, distaccata dagli altri, o appartenere a qualcosa.

Dott.ssa Valentina D’Alessio

Laureata in Psicologia Clinica e della Salute e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus